di Claudio Gallini
Per comprendere appieno la rivoluzione che ha portato il cibo fresco sulle nostre tavole, non basta guardare ai camion refrigerati che sfrecciano sulle autostrade di oggi; bisogna fare un salto indietro nella Minneapolis (USA) degli anni Trenta e incrociare le vite di due uomini apparentemente agli antipodi, ma uniti da un destino comune. Se la mente tecnica dietro l’impresa fu senza dubbio Frederick McKinley Jones, il motore imprenditoriale che rese tutto possibile aveva un nome e un volto ben precisi: Joseph A. Numero.
Joe, come lo chiamavano tutti, non era nato nel settore dei trasporti né in quello alimentare; era un figlio di immigrati ebrei, un imprenditore visionario ed eclettico che si era fatto strada nel mondo del cinema sonoro. Prima ancora di pensare al freddo, Joe Numero aveva fondato e dirigeva la “Cinema Supplies Inc.”, un’azienda di successo che produceva apparecchiature audio per le sale cinematografiche, cavalcando l’onda della transizione dal cinema muto al sonoro. Fu proprio in questo contesto tecnologico che le vite dei due protagonisti si intrecciarono per la prima volta, ben prima del 1938.
Numero aveva assunto Jones anni addietro, nel 1927, dopo essere rimasto folgorato dalle capacità autodidatte di quel meccanico afroamericano che aveva costruito da solo un trasmettitore radio per la città di Hallock.
Joe Numero vide in lui non solo un dipendente, ma un talento grezzo capace di risolvere qualsiasi problema elettromeccanico, e gli affidò il compito di migliorare la qualità del suono dei suoi proiettori cinematografici. Per oltre un decennio, il duo lavorò fianco a fianco nel mondo dell’intrattenimento, con Numero che gestiva gli affari e Jones che tramutava in realtà le richieste tecniche del capo. Ma il destino aveva in serbo una svolta che avrebbe portato entrambi lontano dalle sale buie dei cinema, dritti sotto il sole cocente delle strade americane.
Tutto cambiò in un caldo pomeriggio dell’estate del 1938. La leggenda narra che Joe Numero si trovasse al campo da golf con Harry Werner, un amico proprietario di una grande compagnia di trasporti, la Werner Transportation. Durante la partita, Werner ricevette una notizia devastante: un suo camion, carico di polli vivi e diretto da St. Paul a Chicago, era rimasto bloccato dal traffico e dal calore; gli animali stavano morendo soffocati e la merce era ormai persa.
In quegli anni, il “trasporto refrigerato” era un concetto primitivo che si basava sul caricare blocchi di ghiaccio e sale nei rimorchi, un sistema inefficace che non garantiva alcuna stabilità termica e costringeva a continue soste per il rifornimento. Di fronte allo sfogo dell’amico, l’istinto per la sfida di Numero prese il sopravvento. Werner, scettico, disse che un’unità di raffreddamento meccanico per camion era un sogno impossibile perché le vibrazioni della strada avrebbero distrutto qualsiasi motore esistente. Numero, con la spavalderia tipica dell’imprenditore che crede ciecamente nella propria squadra, rispose di getto con una scommessa: avrebbe costruito quel dispositivo impossibile in soli trenta giorni.
Tornato in azienda, Numero andò dritto da Fred Jones e gli raccontò della scommessa. Jones, che non si tirava mai indietro di fronte a un enigma meccanico, si mise subito al lavoro. Recuperò pezzi di scarto, componenti di motori e materiali vari dall’officina della Cinema Supplies e iniziò a progettare. Lavorando giorno e notte, Jones riuscì a montare un’unità refrigerante sperimentale sotto il telaio di un camion. Quando accesero il dispositivo, questo non solo funzionò, ma riuscì a mantenere bassa la temperatura nonostante le sollecitazioni. Avevano vinto la scommessa, ma avevano fatto molto di più: avevano appena inventato il “Modello A”, il progenitore di tutti i moderni sistemi di refrigerazione mobile. Joe Numero capì immediatamente che il futuro non era più nel cinema, ma in quella scatola di metallo rumorosa che produceva freddo.
Con una mossa coraggiosa, vendette la sua redditizia attività di forniture cinematografiche alla RCA e utilizzò il capitale per fondare, insieme a Jones, la “U.S. Thermo Control Company”, quella che oggi il mondo conosce come Thermo King.
L’intuizione di Numero di puntare tutto su quella tecnologia si rivelò vincente su scala globale pochi anni dopo, con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. L’esercito americano aveva un disperato bisogno di trasportare sangue, plasma e medicinali al fronte, spesso in climi tropicali o desertici dove il calore era letale. Le unità portatili progettate da Jones e prodotte dalla fabbrica di Numero divennero essenziali per salvare migliaia di vite, permettendo anche ai soldati di ricevere cibo fresco al fronte, un lusso inaudito per l’epoca. Mentre Jones continuava a perfezionare la tecnologia, depositando oltre 60 brevetti e risolvendo problemi come l’accumulo di umidità e il riavvio automatico dei motori, Numero trasformò quella start-up in un impero industriale internazionale. La loro partnership rimase salda fino alla fine, un raro esempio di stima reciproca che superava le barriere razziali di un’America ancora profondamente segnata dalla segregazione. Solo decenni dopo la loro morte, nel 1991, il loro incredibile contributo all’umanità fu ufficialmente riconosciuto con la medaglia nazionale per la tecnologia, consegnata alla Casa Bianca alle loro vedove, sancendo definitivamente che senza il coraggio imprenditoriale di Joe Numero e il genio manuale di Fred Jones, il mondo moderno avrebbe, letteralmente, un sapore diverso.
E anche in Italia, a distanza di oceani e di decenni da quella prima scommessa vinta in un’officina del Minnesota, quell’innovazione trovò terreno fertile grazie a un’altra intuizione imprenditoriale. Fu Enrico Bonvini Sr., nei primi anni Sessanta del secolo scorso, a cogliere per primo il potenziale rivoluzionario delle soluzioni Thermo King per il trasporto a temperatura controllata, in un paese che stava vivendo il boom economico e la profonda trasformazione della sua filiera agroalimentare.
Da Piacenza, crocevia strategico della logistica italiana e snodo naturale tra nord e centro, Bonvini avviò la Tecno Service, destinata a diventare la prima concessionaria Thermo King in Italia. Non fu una scelta casuale: Piacenza, con la sua posizione baricentrica e la vocazione ai trasporti, rappresentava il punto ideale da cui diffondere una tecnologia destinata a cambiare per sempre il modo di movimentare alimenti e prodotti deperibili nel nostro Paese.
Come Joe Numero aveva intuito negli Stati Uniti trent’anni prima, anche Enrico Bonvini Sr. seppe guardare oltre l’immediato, comprendendo che la catena del freddo non era solo una soluzione tecnica, ma un fattore chiave per lo sviluppo economico, la sicurezza alimentare e la qualità della vita.
Oggi Tecno Service, ancora punto di riferimento nel panorama Thermo King italiano, incarna quella stessa visione: un ponte ideale che collega Minneapolis a Piacenza, l’ingegno di Frederick McKinley Jones e il coraggio imprenditoriale di Joseph Numero con l’intuizione e la determinazione di Enrico Bonvini Sr.
Perché le grandi rivoluzioni non si fermano ai confini geografici: viaggiano sulle strade, attraversano generazioni e continuano a vivere nei territori che le hanno sapute accogliere e sviluppare. E grazie a Piacenza e alla Tecno Service, anche l’Italia ha potuto contribuire a scrivere una pagina fondamentale della storia della refrigerazione mobile.




